Nel marzo del 1863 il comune di Canemorto veniva autorizzato da un Regio Decreto a cambiare il suo nome in quello, attuale, di Orvinio1. Ma perché il consiglio comunale a fine 1862 aveva proposto il nome di Orvinio? La risposta a questa domanda si trova in un’opera, Le Antichità Romane, redatta al tempo dell’imperatore Augusto, da Dionigi d’Alicarnasso2. In essa lo storico greco attingeva ad ampie porzioni di un’altra opera, ormai persa, le Antiquitates rerum humanarum et divinarum3 del reatino Marco Terenzio Varrone, il “doctissimus Romanorum” di Seneca. Dionigi, parlando delle popolazioni primitive dell’Italia centrale, ci dice che il territorio reatino, era stato abitato, prima dell’arrivo dei Sabini, dai cosidetti Aborigeni ma che al suo tempo (nel I secolo a.C.) restava ben poco delle splendide città aborigene, distrutte dalle guerre o da calamità naturali.

Passo di Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane I, 14, 2-3, dove viene citata Ὀρουίνιον (Orvinium).
Queste città, ci dice Dionigi, citando Varrone, erano poste lungo tre importanti direttrici viarie pre-romane che partivano tutte dall’antica Reate: la via Quinctia o Quinzia, la via Curia e la via Litina o Calatina (il nome di quest’ultima è assai incerto). La via che a noi interessa è la prima, la via Quinctia, perché sul suo tracciato si trovava…l’antica Orvinium. Lasciamoci allora guidare lungo il suo percorso dal racconto di Dionigi: Procedendo da Reate lungo la via Quinctia, a 25 stadi4 (4.6 km) da Rieti si trovava Palatio, non lontano dalla Quinctia. Seguiva quindi la città di Tribula, situata su una piccola collina a 60 stadi (11.1 km) da Rieti. A 60 stadi da Tribula si trovava Suesbula, presso i cosiddetti Monti Ceraunii. A 40 stadi (7.4 km) da Suesbula vi era Suna e a 30 stadi (5.6 km) da quest’ultima si trovava Mefula. Infine, a 40 stadi da Mefula vi era la piu’ illustre tra tutte le città aborigene, Orvinium, di cui era possibile, ancora ai tempi di Dionigi, ammirare le grandi tombe a tumulo.
L’identificazione del percorso della via Quinctia ha impegnato una nutrita schiera di storici ed archeologi, che hanno avanzato le ipotesi più disparate nel corso dei secoli. All’origine di questa difficoltà è il fatto che nessuna della città aborigene lungo la via Quinctia è stata fino ad oggi identificata con certezza. Per la via Curia, ad esempio, conosciamo la città di partenza, Reate e quella d’arrivo,”le Sette Acque”, situate presso le sorgenti del Santa Susanna (Rivodutri). Per la via Litina o Calatina, la città di Thiora, una della città menzionate da Dionigi lungo il suo percorso, è assai probabilmente il paese di Sant’Anatolia, nell’alto Cicolano. Ma per la via Quinctia, purtroppo, ogni traccia, ogni indizio è stato cancellato dall’inesorabile scorrere del tempo. Non lasciamoci pero’ scoraggiare da queste difficoltà, che rendono, anzi, ancora piu’ interessati i tentativi di ricostruirne il percorso.
Cominciamo la nostra rassegna dall’illustre e dotto reatino Mariano Vittori5, vissuto nel ‘500, che asserisce che la via Quinctia, uscendo dalla Porta Cintia (il cui nome sarebbe, secondo lui, proprio derivato da quello della via), procedendo a mezza costa lungo la piana reatina si sarebbe diretta verso Cascia e Norcia. Nel ‘600 è il turno dello storico tedesco Filippo Cluverio6, il quale confessa nella sua opera, “Italia Antiqua”, che le città aborigene di Suesbula, Suna, Mefula ed Orvinio non sono identificabili ed è difficile non condividere la sua opinione, dato che molte di queste città erano ruderi già oltre 2000 anni fa! Nelle sue Annotationes in Italiam Antiquam Cluverii, lo storico tedesco Olstenio7, contraddicendo il suo collega Cluverio, sostiene che i monti Ceraunii sono da identificarsi con i Lucretili e che le città di Suesbula, Suna, Mefula ed Orvinium non sono altro che gli attuali paesi di Scandriglia, Nerola, Montorio Romano e… Canemorto! Ma l’identificazione di Orvinio con Canemorto viene messa in discussione, a metà ‘700, dall’abate francese Capmartin de Chaupy8, lo scopritore della villa del poeta Orazio a Licenza, il quale propone Moricone come il sito dell’antica Orvinio.

Filippo Cluverio
Philipp Clüver, 1580-1622
Italia Antiqua
Leiden, Officina Elseviriana, 1624

L’archeologo francese Petit-Radel9, ispirandosi alle ricerche nelle valli del Salto e del Turano condotte nel 1810 dall’architetto reatino Giuseppe Simelli10 e 20 anni dopo dall’archeologo irlandese E.Dodwell11, colloca la via Quinctia nella valle del Salto e pone l’antica Orvinio sul Colle San Mauro, nei pressi di Castelmenardo di Borgorose. Per lo storico Felice Martelli12, nativo di Fiamignano, autore dell’opera “Le Antichità dei Sicoli” (1830), la via Quinctia correva invece per la valli del Telone (l’odierno Turano) e del Salto, ed identifica Orvinio con Corvaro. Ma il barone prussiano Christian von Bunsen13 non condivide affatto queste ipotesi, e riprendendo la teoria proposta da Mariano Vittori identifica i Monti Ceraunii con quelli di Leonessa e colloca Orvinio in una non meglio precisata posizione tra Cantalice e Leonessa.
Agli inizi del 1900 lo studioso Heinrich Nissen14 colloca la via Quinctia a sud-ovest di Rieti, in direzione di Forum Novum (Vescovio), mentre altri storici, pur mantenendo la direzione proposta da Nissen, la fanno entrare nella piana reatina dalla valle di Canera. Lo storico Edoardo Martinori15 ritiene che la via Quinctia congiungesse Rieti con la Salaria Tiberina nei pressi di Passo Corese, seguendo un percorso che poco si discostava da quello della Salaria dei primi del 1900.
Ma cosa pensano gli storici ed archeologici moderni della via Quinctia? La voce più autorevole è quella dello studioso tedesco Gerhard Radke16, il quale ritiene che la via Quinctia, opera del console del 271 a.C. C. Quinctius Claudius, dovesse passare attraverso la valle del Salto ma senza possibilità di un’esatta localizzazione dei centri aborigeni. Lo storico Francesco della Corte17 identifica i Ceraunii con la catena del Velino (ipotesi già proposta agli inizi del 1900 da Heinrich Kiepert18) e pone dunque le città aborigene della Quinctia ai piedi di queste montagne. Paolo Liverani19, nelle sue “Note e discussioni sulla via Quinctia” (1985), ritiene che la via Quinctia e le sue città si trovassero nella valle del Salto ma rigetta l’identificazione dei Ceraunii con la catena del Velino e soprattutto la collocazione d’Orvinio a Corvaro per via della eccessiva distanza da Rieti. Più recentemente, nel 2012, è tornata in auge, supportata da un’analisi di Sandro Zenodocchio20, autore dell’opera “Antica Viabilità d’Abruzzo”, la teoria che vede l’antica Orvinio coincidere con l’attuale per via del fatto che la distanza da Rieti corrisponde quasi perfettamente a quella dataci da Dionigi: la via Quinctia avrebbe dunque collegato la via Salaria (Ponte Buida) con la via Valeria (Vicovaro) passando per Poggio Moiano ed Orvinio.

Luca Olstenio
Lukas Holstein, 1596-1661
Annotationes in geographiam sacram et profanam
Tipografia Vaticana, 1666

Ma, forse, una soluzione al mistero dell’antica Orvinio c’è e per trovarla bisogna ancora una volta abbandonare il presente e tornare indietro nel passato, al tempo dell’Olstenio, lo storico tedesco che aveva proposto Canemorto come sito dell’antica Orvinio. Riprendendo le sue “Annotationes” infatti possiamo leggere un passo nel quale ci dice “Via Quinctia est ipsa Salaria, ut ex veteri lapide didici” ossia “la Quinctia e la Salaria erano la stessa strada, come ho potuto apprendere da un’antica iscrizione”. Il problema è che non riporta nella sua interezza l’iscrizione né ci dice dove l’abbia letta. Un mistero, forse, si chiude ma un altro se ne apre, visto che nessuno più, dopo Olstenio ha potuto ritrovare questa preziosissima iscrizione. A chi la troverà spetterà di diritto la soluzione definitiva del mistero della via Quinctia e quello dell’ubicazione…dell’antica Orvinio!
- Il Comune di Canemorto fu autorizzato ad assumere la denominazione di Orvinio con il Regio Decreto 29 marzo 1863, n. 1260, emanato dal re d’Italia Vittorio Emanuele II (Sistema Informativo degli Archivi di Stato https://sias-archivi.cultura.gov.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=prodente&Chiave=101481) ↩︎
- Dionigi d’Alicarnasso (ca. 60-7 a.C.) fu uno storico greco trasferitosi a Roma sotto Augusto. Nella sua opera princiaple Antichità romane raccolse tradizioni e testimonianze sulle origini di Roma e dei popoli italici, descrivendo anche gli Aborigeni e le antiche popolazioni della Sabina ↩︎
- Le Antiquitates rerum humanarum et divinarum (Antichità umane e divine) è una celebre opera erudita di Marco Terenzio Varrone (116-27 a.C.), oggi quasi interamente perduta. Composta in 41 libri, era suddivisa in due sezioni: una dedicata alle istituzioni, alla storia e ai costumi degli uomini (res humanae), l’altra alla religione, ai culti e alle divinità (res divinae) ↩︎
- Uno stadio greco (στάδιον) corrispondeva generalmente a circa 185 metri ↩︎
- Mariano Vittori (Rieti, ca. 1485-1572) fu un umanista, teologo e vescovo reatino. Partecipò ai lavori della Controriforma, collaborando alla revisione della Vulgata e delle opere di san Girolamo. È ricordato soprattutto come autore del De antiquitatibus Italiae et Urbis Reatis (1566), una delle più importanti opere sulla storia antica di Rieti e della Sabina, ampiamente utilizzata dagli storici dei secoli successivi ↩︎
- Philipp Clüver o, nella sua forma latinizzata Philippus Cluverius (1580-1622), geografo e storico tedesco, è considerato il fondatore della geografia storica moderna. La sua opera principale, l’Italia antiqua (1624), ricostruisce la geografia e la storia dell’Italia antica sulla base delle fonti classiche e dell’osservazione diretta dei luoghi, rappresentando un punto di riferimento fondamentale per gli studi antiquari del XVII secolo ↩︎
- Lukas Holste o Lucas Holstenius fu un filologo e geografo tedesco attivo a Roma, bibliotecario della Biblioteca Vaticana e studioso dell’Italia antica, noto per i suoi contributi alla geografia storica e per la collaborazione con Filippo Cluverio, ↩︎
- Bertrand Capmartin de Chaupy (Grenade-sur-Garonne, 1720 – Parigi, 1798) fu un ecclesiastico, antiquario e archeologo francese. Costretto all’esilio a Roma per motivi politici, dedicò molti anni allo studio della topografia dell’antica Roma e del Lazio. La sua opera più celebre, Découverte de la maison de campagne d’Horace (1767-1769), identificò la villa sabina del poeta Orazio e rappresentò un importante contributo agli studi antiquari del XVIII secolo. Le sue ricerche, basate sull’analisi delle fonti classiche e sull’osservazione diretta del territorio, influenzarono profondamente gli studi storici e archeologici dell’età illuministica ↩︎
- Louis-Charles-François Petit-Radel (Parigi, 1756-1836) fu un archeologo, erudito ed ecclesiastico francese. Rifugiatosi in Italia durante la Rivoluzione francese, condusse importanti ricerche sulle antiche costruzioni megalitiche e sulle cosiddette mura ciclopiche dell’Italia centrale e della Sardegna ↩︎
- Giuseppe Simelli, architetto di Stroncone, compì nel 1810 un viaggio di studio nella Valle del Salto su incarico di Louis-Charles-François Petit-Radel, documentando numerose strutture in opera poligonale attribuite all’epoca ai Pelasgi. ↩︎
- Edward Dodwell (1767-1832), archeologo e viaggiatore irlandese, documentò numerosi resti di mura poligonali in Grecia e in Italia, contribuendo alla diffusione delle teorie ottocentesche sull’origine pelasgica di queste costruzioni ↩︎
- Felice Martelli (1759-1843), storico e antiquario originario di Fiamignano, autore de Le antichità de’ Sicoli (1830), opera dedicata alle origini preromane del Lazio e del Cicolano e alle tradizioni relative ai Sicoli e ai Pelasgi ↩︎
- Christian Karl Josias von Bunsen (1791-1860), barone e diplomatico prussiano, fu tra i maggiori promotori degli studi archeologici tedeschi a Roma e sostenne numerose ricerche sulle antichità dell’Italia centrale e del Mediterraneo antico. ↩︎
- Heinrich Nissen (1839-1912), storico e archeologo tedesco, autore della monumentale Italische Landeskunde, opera fondamentale per lo studio della geografia storica, della topografia e delle città dell’Italia antica. ↩︎
- Edoardo Martinori (1854-1935), storico, topografo e numismatico romano, autore di numerosi studi sulla viabilità antica e sulla storia del Lazio, tra cui Le vie maestre d’Italia e Lazio turrito. ↩︎
- Gerhard Radke (1914-1999), filologo e storico delle religioni tedesco, fu tra i maggiori studiosi della religione romana arcaica e delle divinità dell’Italia antica, cui dedicò la fondamentale opera Die Götter Altitaliens ↩︎
- Francesco Della Corte (1913-1991), filologo classico e latinista italiano, fu tra i più autorevoli studiosi della civiltà romana del Novecento, autore di importanti lavori su Virgilio, Varrone e la cultura dell’Italia antica. ↩︎
- Heinrich Kiepert (1818-1899), geografo e cartografo tedesco, fu uno dei maggiori studiosi della geografia storica del mondo antico, autore dell’Atlas Antiquus e di importanti carte topografiche dell’Italia e del Mediterraneo antichi. ↩︎
- Paolo Liverani (1959), archeologo e topografo italiano, professore all’Università di Firenze, è autore di importanti studi sulla topografia dell’Italia antica, di Roma e dell’Etruria. ↩︎
- Sandro Zenodocchio, studioso di topografia storica e viabilità antica dell’Italia centrale, è autore di Antica viabilità in Abruzzo (2008), opera dedicata alla ricostruzione delle principali direttrici stradali antiche dell’area sabino-abruzzese, tra cui la Via Quinctia, la Via Litina e la Via Cecilia. ↩︎


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