Pochi sono i documenti del Medioevo che sono fortunatamente scampati alla furia devastatrice del tempo inesorabile e alla colpevole, quanto spesso colpevolizzante, indifferenza degli uomini moderni. Tra questi rarissimi e davvero fortunati superstiti ve n’è uno in particolare che merita senza alcun dubbio l’attenta considerazione dei lettori di Orvinium: si tratta nello specifico di un antico atto notarile risalente a quasi un millennio fa, all’interno del quale viene ufficialmente citato il primo abitante in assoluto storicamente attestato del borgo di Orvinio. Prima di svelare finalmente questo prezioso testo, tuttavia, è doveroso rendere un sentito omaggio al formidabile monaco farfense grazie al cui instancabile lavoro questa straordinaria testimonianza è potuta giungere intatta fino a noi oggi: il grande Gregorio da Catino1.

Vista artistica dei ruderi del castello di Catino (attuale Poggio Catino, in provincia di Rieti)
Nato da una nobile famiglia originaria del castello di Catino – l’odierna e pittoresca Poggio Catino2 –, in tenera età Gregorio fu offerto dal padre Dodone alla celebre e potentissima abbazia imperiale di Farfa3. Dotato di un’acuta intelligenza e profondamente segnato dalle vicende storiche della sua giovinezza, tra cui spicca lo scontro imperiale consumatosi a Canossa, Gregorio comprese subito il valore strategico del ricco archivio abbaziale. Intuì infatti come questo patrimonio documentario avrebbe rivestito un ruolo fondamentale nella lunga lotta per l’indipendenza dalle ingerenze della curia pontificia, un obiettivo promosso con forza dall’abate Ugo4 e portato avanti con determinazione dai suoi successori.
Abbazia imperiale di Farfa

La sua primissima e grandiosa opera letteraria e giuridica fu il Liber gemniagraphus sive cleronomialis ecclesiae Farfensis, oggi universalmente noto come il Regesto Farfense: una mastodontica raccolta di oltre 1.300 documenti ufficiali, datati tra l’VIII e gli inizi del XII secolo, che si rivela uno strumento fondamentale per lo studio approfondito della proprietà fondiaria nell’Italia centrale. A quest’opera monumentale fecero seguito, nel 1103, il Liber notarius sive emphiteuticus (noto anche come Largitorio), il Chronicon Farfense — concepito con precise finalità politiche per difendere con vigore l’autonomia del monastero — e, infine, il pregevole Liber Floriger chartarum cenobii Farfensis. Quest’ultimo è un meticoloso indice topografico redatto in tarda età con il prezioso ausilio del nipote Todino, portato a termine nonostante la vista del monaco fosse ormai irrimediabilmente compromessa dalla grave oculorum caligo.

In una celebre miniatura del Regesto Farfense si puo’ ammirare il ritratto di Gregorio da Catino che, in ginocchio, in segno di profonda umiltà e devozione, offre il volume del Regesto alla Vergine Maria, titolare e protettrice dell’Abbazia di Farfa (Regestum Farfense, codice Vat. lat. 8487)
Superati doverosi cenni biografici, è ora possibile esaminare nel dettaglio il documento numero 1045 tratto dal Regesto Farfense (volume V), redatto dal notaio Transmundo nel 1078, appena un anno dopo i celebri eventi di Canossa2. L’atto si apre con la formula latina: “Constat me ratterium, filium ratterii cum filiis meis, de comitatu reatino, habitatorem in canemortuo…”
“…me ratterium filium ratterii cum filiis meis, de comitatu reatino, habitatorem in canemortuo…” (Il Regesto di Farfa compilato da Gregorio di Catino, a cura di Ignazio Giorgi e Ugo Balzani, Vol. V, Roma, presso la R. Società romana di Storia patria, 1914)

Senza che vi sia alcuna reale necessità di possedere studi classici approfonditi, risulta subito di tutta evidenza che il documento in questione riguardi principalmente un certo Ratterius, il quale era originario della città di Rieti e fiero figlio di un altro Ratterio, menzionato insieme ai suoi figli. La chiara menzione del comitatus reatinus3 colloca con precisione la vicenda all’interno di un territorio che, successivamente alle dominazioni prima longobarda e poi franca, faceva integralmente parte del Regnum Italiae inserito nel più ampio contesto del Sacro Romano Impero, i cui confini territoriali di allora inglobavano pienamente anche l’antico borgo di Canemorto, che corrisponde all’odierna Orvinio, e transitavano regolarmente per il strategico castellum di Pietra Demone.
Il nome stesso del protagonista principale, ovvero Ratterius4, tradisce in modo inequivocabile delle chiare origini germaniche e longobarde, derivando direttamente dalla fusione armonica delle radici etimologiche Rat, Rad oppure Raed, che significano consiglio, e delle parole hari o heri, che indicano l’esercito. Tale denominazione specifica, che risulta storicamente attestata sin dal lontano anno 766, costituisce l’ennesima conferma di come l’intera aristocrazia locale e i proprietari terrieri della pittoresca valle del Turano fossero la tipica espressione di quel singolare mélange culturale franco-longobardo che caratterizzava fortemente quell’epoca remota.
All’interno dell’atto notarile, il nostro Ratterio dispone formalmente una generosa donazione formulata espressamente “ad redemptionem animae nostrae”, vale a dire per la salvezza spirituale della propria anima e di quella di tutti i suoi discendenti, a favore del prestigioso monastero di Santa Maria di Farfa, situato stabilmente nel territorio sabino nella specifica località denominata acutianus. Il bene materiale donato consisteva nello specifico in appezzamenti di terreno situati “in puzalia”, ossia Pozzaglia, posizionati strategicamente nei pressi del fluente torrente merdariolio, che viene poi ribattezzato con il nome di stercoriolo all’interno del Chronicon, con un evidente e fin troppo ironico riferimento all’olezzo particolare delle sue acque.
Grazie alla precisa indicazione dei confini menzionati nell’antico atto — tra i quali spiccano il torrente stesso, il rio di Petescia e le rigogliose vigne che si estendevano fino a raggiungere un antico mulino — oggi è perfettamente possibile identificare l’area geografica in un quadrilatero ben definito compreso tra gli attuali Fosso dei Prati, la suggestiva cascata della Mola, il rio di Petescia e infine il Fosso dei Vignari oppure Fosso Sorio. L’estensione complessiva della terra oggetto di donazione era pari esattamente a due modiola, che corrispondono pressappoco a circa 0,17 ettari, calcolati abilmente su un’antica unità di misura fondata direttamente sull’antico piede longobardo o romano.
Ipotesi di localizzazione del luogo menzionato nella donazione di Ratterio

Sebbene il buon Ratterio non godesse affatto della straordinaria potenza e della smisurata ricchezza che appartenevano ai grandi signori locali dell’epoca, come potevano essere i potenti conti della Marsica o le influenti famiglie dei filii Ioseph e dei Sifredeschi, e pur trovandosi nella condizione di dover sottoscrivere l’atto ufficiale tramite il classico “signum manus”, ovvero apponendo semplicemente una croce in quanto totalmente analfabeta, la sua figura assume per noi contemporanei un valore altamente emblematico. Grazie infatti alla sua pia e sincera devozione, ci viene generosamente consentito di compiere un affascinante salto temporale lungo ben mille anni, immergendoci completamente e senza riserve in un mondo antico fatto di castella fortificati, contee feudali, franchi, longobardi e fiorenti signorie. Gaetanus de Canemortuo [GdC]
- Gregorio da Catino (ca. 1060-1133) fu monaco benedettino dell’abbazia di Farfa e autore del Regesto Farfense e del Chronicon Farfense, opere fondamentali per la conoscenza della storia medievale della Sabina e dell’Italia centrale. ↩︎
- Nel gennaio 1077 l’imperatore Enrico IV, scomunicato da Gregorio VII, si recò al castello di Canossa, ospite della contessa Matilde di Canossa, per ottenere il perdono del papa. L’episodio divenne il simbolo della lotta tra il potere imperiale e quello della Chiesa durante la controversia delle investiture. ↩︎
- Comitatus reatinus (“contea di Rieti”) indicava il territorio sottoposto all’autorità del conte di Rieti. La contea, nata nell’ambito dell’organizzazione amministrativa longobarda e mantenuta in età franca, comprendeva gran parte dell’attuale Reatino e della Sabina ↩︎
- Ratterio (lat. Ratterius) è un nome personale di origine germanica, diffuso nell’Italia longobarda e franca altomedievale. Deriva probabilmente dall’unione degli elementi germanici rad o rat (“consiglio”, “deliberazione”) e hari/heri (“esercito”), con il significato approssimativo di “consigliere dell’esercito” o “colui che guida con il consiglio”. La sua presenza nel territorio reatino nell’XI secolo testimonia la persistenza della tradizione onomastica longobarda nella Sabina medievale. ↩︎


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